Lou Roure

 (articolo tratto dal n° 140 - giugno 2008)

 

L’archeologia e la toponomastica dicono che nell’alta Val Chisone ci fossero già degli abitanti fin dal periodo romano. Ma solo dall’anno mille si avviò un processo di crescita della popolazione, con la riduzione delle aree occupate dai boschi e con il dissodamento di nuove terre, che proseguì fino alla grande peste del 1344. Dai primi documenti che ci sono pervenuti - le donazioni della contessa Adelaide, vedova di Oddone di Savoia, dell’8 settembre 1064 e del 29 aprile 1078 - risulta che si erano costituiti dei villaggi nella parte superiore della valle, che è molto più larga e più soleggiata e possiede più spazi per il pascolo: incontriamo allora per la prima volta Villaretto, Mentoulles, Fenestrelle, Usseaux, Balboutet, Fraisse, Pourrières e Pragelato. Il popolamento precoce del tratto superiore è confermato dalla notizia nel 1098 della esistenza di quattro chiese, poste a Pragelato, Usseaux, Fenestrelle e Mentoulles, che la prevostura di San Lorenzo di Oulx aveva costituito e di cui nel 1098 si fa confermare la titolarità e i diritti patrimoniali dal vescovo di Torino Guiberto; la chiesa di Mentoulles nel 1228 risulterà essere uno dei priorati della prevostura di Oulx (priore di Mentoulles, in quell’anno, è Guigo). Si tratta già dell’organizzazione ecclesiastica che durerà senza mutamenti fino alla Riforma calvinista.

Deve passare ancora del tempo prima che nel territorio più a valle corrispondente ai comuni di Roure e Meano si trovino, oltre che Villaretto, degli altri nuclei abitati. Nel 1238, fra i testi sentiti dagli arbitri che devono decidere una controversia fra Oberto Aurucio, maresciallo del Delfino, e Girardo, abate del monastero di Santa Maria di Pinerolo, sui rispettivi diritti a Perosa, c’è anche Guigo “de Bosco”; e l’anno dopo Alboino, nuovo abate del monastero di Santa Maria di Pinerolo, e Oberto Aurucio con suo figlio Pietro patteggiano un’altra controversia relativa a beni e diritti che questi hanno in Perosa e in Bosco Ayarum, e cioè nel villaggio chiamato Bosco del sorbo (ancora oggi il sorbo bianco si chiama in provenzale alìe). Bosco o Bosco Ayarum o Bosco de Les Ayez, tradotto in latino in Nemus Ayarum, sono l’odierno Castel del Bosco, nome che è stato poi attribuito definitivamente al villaggio attraverso due passaggi: prima anteponendo il nome della casaforte che fra il 1240 e il 1250 Oberto Aurucio ha qui edificato e che alcuni anni dopo la sua morte è stata rafforzata in castello, per cui il villaggio viene a chiamarsi Castrum Nemoris Ayarum (Castel del bosco dei sorbi); poi perdendo nell’ultima parte la denominazione del sorbo e diventando Castrum Nemoris (Castel del Bosco).

Nello stesso documento del 1239 sono citati per la prima volta accanto a Villaretto i villaggi di Garnier e Bourcet; e si stabilisce inoltre che gli uomini di Perosa e di Podio Oddone possono pascolare e tagliare legna nei boschi e nei pascoli di Bosco Ayarum e che viceversa gli uomini di Bosco Ayarum, i quali appartengono a Oberto Aurucio e a suo figlio Pietro, possono praticare il pascolo e tagliare la legna a Perosa. In questo stesso periodo il confine con il territorio sottostante si viene fissando al Fons Olagnerii, poco più a valle di Bosco Ayarum (solo nel 1334 esso sarà spostato a Bec Dauphin).

Questo quadro degli insediamenti abitativi che si sono venuti formando è confermato dalle più dettagliate inchieste fiscali che nel 1260 e 1265 gli incaricati del Delfino condussero a Bosco Ayarum. Incontriamo in quel momento in aggiunta ai villaggi di Bosco Ayarum, Villaretto, Bourcet e Garnier anche quelli di Faye e Fayeto (Gran Faetto e Piccolo Faetto), Balma, Chazalet, Vignal, Rossa e Posterla; ma c’è anche, a valle, Cogno Meyan, che diventerà poi Meano.

L’attuale toponimo Roure è più tardo. Nel primo conto della castellania di Mentoulles che ci è pervenuto, del 1311, e in alcuni conti successivi, nell’elenco delle tasse percepite ci sono quelle del territorio o mistralia a Quercu inferius. I castellani traducono nel latino quercus l’occitano roure, che significa rovere o quercia, oppure rooŭréo, bosco di roveri, bosco che doveva trovarsi fra Mentoulles e Villaretto. Attraverso questo uso burocratico il toponimo diventerà consueto per indicare tutto il territorio sottostante, nel senso che Roure significherà l’intero territorio della vecchia mistralia, e poi della comunità, da Villaretto al Fons Olagnerii, e non più il bosco di querce di confine; mentre il toponimo Bosco Ayarum con le sue successive modifiche rimarrà ad indicare solo più il villaggio dove si trova, sul lato sinistro delChisone, il castello.

Nel 1260, prima c’era il buio, abbiamo un elenco degli abitanti della comunità di Roure – che veniva ancora chiamata Bosco Ayarum – che pagavano le tasse, riportati nei verbali di una inchiesta fatta per ordine del Delfino di Vienne, inchiesta poi ripetuta e completata nel 1265. I due elenchi non comprendono tutti gli abitanti perché non vi figurano i più poveri che non possedevano nulla e riporta solo i nominativi dei capifamiglia (non sappiamo dunque i nomi delle mogli di uomini capifamiglia e i nomi e il numero dei figli) ma sono di straordinario interesse perché troviamo i primi cognomi che in quel periodo si venivano formando. Gli abitanti designarono in queste due occasioni alcuni maggiorenti come loro rappresentanti per riferire sui diritti e sulle pretese che il Delfino o i suoi funzionari avevano esercitato a loro memoria su di loro, un po’ un embrione di quelli che diventeranno dopo il 1344 i consoli e consiglieri delle comunità. A svolgere questo compito nel 1260 a Villaretto sono Giovanni Gauthier, Pietro Just, Pietro e Bernardo Molini, Guigo Chavaller, Giovanni Ravior, Giusteto Alberia, Pietro Raul, Giusteto Laurent e Pietro Bayguer; a Bourcet sono Giovanni Anfos, Giovanni Brun, Giovanni Argol, Pietro Albert, Pietro Martin, Pietro Andrea, Pietro Ors, Michele Jourdan, Giovanni Barral; a Garnier sono Guglielmo Bourset, Giovanni Garnier, Pietro Raol, Giovanni de Broa, Guglielmo Bermond, Guglielmo Olubrer, Michele Raol; a Castel del Bosco e Balma sono Guglielmo Raynaud, Iacobo, Pietro Olent, Giovanni Peromia, Celino, Ugo di Bressa, Guglielmo e Giovanni Aymo, Pietro Soner, Rostagno, Pietro Aymo.

Un secolo dopo con le carte di franchigia che le comunità del Brianzonese avevano pattuite nel 1343 con il Delfino Umberto II, cui la Val Chisone aderì nel maggio del 1344, le comunità della Val Chisone ottennero una straordinaria autonomia che comportò una loro riorganizzazione amministrativa. Le comunità riscattarono le prestazioni feudali e signorili, ottennero il diritto di eleggersi i loro funzionari (sindaci, notai, manieri, procuratori, banneri e campieri e il diritto di fare uso dei beni comuni (acque, canali, pascoli, boschi, strade), impegnandosi per il futuro a versare ogni anno alla festa della Purificazione di Maria, come imposta unica, la rendita di 32 lire di grossi tornesi. Questo momento rappresenta la data di inizio della comunità di Roure, che da allora provvide alla nomina di amministratori “fissi”, cioè i sindaci (poi consoli) e consiglieri, che cambiavano ogni anno.

La storia degli amministratori della comunità di Roure e della loro attività è ancora da scrivere. Voglio qui indicare alcune di queste persone: a guidare la comunità troviamo il 20 ottobre 1446 Joannes Jourdani alias Ruffi, nel 1484 Guigone Bertaloti, mentre nel 1500 prevalgono i Vinçon, i Berger, i Roux e i Durand.

Per il 1600 sappiamo che i consoli delle sei comunità della Val Chisone (che erano Meano, Roure, Mentoulles, Fenestrelle, Usseaux e Pragelato), accompagnati da uno o più consiglieri, si radunano mensilmente (qualche volta anche due volte al mese) per deliberare, più spesso nel tempio di Fenestrelle, qualche volta nell’abitazione del sindaco di Fenestrelle o di Pragelato, oppure nell’abitazione del notaio segretario di valle.

Quanto al profilo religioso, è bene ricordare che per tutto il medioevo gli abitanti di Roure continuarono a dipendere dal priorato di Mentoulles, il cui territorio si estendeva fino all’antico confine del Fons Olagnerii, poco sotto Castel del Bosco, dove cominciava la parrocchia di Perosa. Tuttavia anche nel territorio di Roure cominciarono ad erigersi delle cappelle: quella di Santa Caterina d’Alessandria a Castel del Bosco[1], quella di Notre Dame de Beauvoir situata in alto sulla Rocca della Balma[2]; un’altra cappella di cui non si conosce la dedicazione nei pressi di Gleisolle[3]; la chiesa di San Giovanni di Villaretto[4]. Tutte queste chiese o cappelle non avevano diritti parrocchiali: per battesimi, sposalizi e funerali la chiesa parrocchiale era quella del Priorato di Mentoulles dedicata a San Giusto. Queste chiese e cappelle cessano di esistere intorno al 1560, con l’avvento della Riforma, quando furono trasformate in templi, o distrutte.

Come risulta dalla vasta documentazione, nel 1600 Roure ebbe invece per la prima volta dei templi della Chiesa riformata con proprio ministri stabili: prima un tempio a Villaretto con il ministro che vi risiedeva e poi, dal 1666, un secondo tempio con un ministro a La Balma, mentre un altro tempio, anch’esso con un proprio ministro, si trovava a Meano; c’erano inoltre vari altri luoghi di culto “annessi” distribuiti nel territorio[5]. A seguito dell’interdizione dell’esercizio della religione riformata, nel 1685 il tempio di Balma viene demolito; mentre con provvedimento del 25 luglio 1685 il Consiglio di Stato ordinò che il tempio di Villaretto non fosse demolito ma fosse trasformato in chiesa cattolica.
Il ristabilimento del Cattolicesimo portò alla organizzazione delle parrocchie a Roure e all’edificazione di nuove chiese. Ciò avvenne per tappe successive[6].

  • la nomina nel 1677 di tre curati regii a Villaretto, Castel del Bosco e Bourcet, località che fino a quel momento avevano continuato a fare parte del priorato di Mentoulles;
  • l’erezione nel 1698 di Villaretto, Castel del Bosco e Bourcet, oltre che di Meano, in parrocchie;
  • la costruzione e poi riedificazione delle chiese, che ha il suo momento “forte” con una elargizione di 60.000 franchi tra il 1686 e il 1688 e che prosegue nella prima metà del settecento dopo l’occupazione sabauda della valle, avvenuta nel 1708[7];
  • la costruzione di cappelle, fra cui una a Charjau[8], e la ricostruzione della cappella di Nostra Signora del Belvedere a Balma.

Il periodo della fine della Riforma e del ristabilimento del Cattolicesimo è pieno di tensione e produce successive ondate migratorie (soprattutto in tre periodi: 1685-1686, 1699, 1730) verso la Svizzera e di qui in Germania. L’espatrio interessò soprattutto la parte più povera della nostra gente causando disagi e tanta tristezza, mentre a Roure c’è stata una sostanziale continuità delle famiglie dominanti, che mantengono anche dopo la ricattolicizzazione i posti di potere nella amministrazione della comunità.

Particolarmente triste fu il periodo dell’occupazione della valle da parte dei soldati del maresciallo Catinat negli anni 1690-1691, con incendi, distruzioni e epidemie (una epidemia di tifo petecchiale causò a Roure la scomparsa di intere famiglie). Gli atti di morte ci riportano i nominativi di ufficiali, sottoufficiali e soldati, con nomi quasi impronunciabili, provenienti da varie nazioni: fra il novembre 1690 e la metà 1692 ben 29 militari vennero sepolti nel cimitero attorno alla nuova chiesa di Castel del Bosco appena terminata e ora adibita a caserma; lo stesso avvenne nel cimitero attorno alla chiesa (ex tempio) di Villaretto anch’essa adibita a caserma.

L’elenco dei consoli di Roure nel 1700 è molto lungo a causa della loro rotazione che avveniva ogni sei mesi. È normale trovare in questo elenco di amministratori i nostri antichi cognomi: Bonnin, Barral, Allaix, Jourdan, Gay, Davin, Nevache, Brun, Berger, Vinçon, Charrier, ecc.

Dopo l’occupazione sabauda del 1708 i problemi amministrativi che la comunità di Roure dovette affrontare cambiarono. La costruzione del ciclopico forte di Fenestrelle fu veramente “la sanguisuga” dell’alta Val Chisone; il Comune di Roure dovette fornire centinaia di migliaia di quintali di legname per produrre la calce necessaria alla costruzione degli enormi muraglioni.

È in questo periodo che, bisognosi di denaro, i Savoia procedono alla vendita dei titoli nobiliari. Come Charles Maurice ci ricorda “Il 13 dicembre 1738 viene concesso il titolo di Baron du Villaret, Roure, a Stefano Rostagno, con lire 4.000; il 5 aprile 1743 viene concesso il titolo di Comte du Chateau du Bois, Roure, a Giovanni Garezzo, con lire 6.000; il 20 febbraio 1756 viene concesso il titolo di Comte de Bourçet a Girolamo Miglioretti, con lire 6.500”[9].

Di particolare rilievo per Roure fu il fatto che il Senato piemontese, dopo anni di attesa, il 25 ottobre 1766 approvasse il nuovo regolamento sulle leggi e usanze comunali chiamato “Bans Champetre Comunal”. Molto importanti e fruttuosi furono i triennali affittamenti degli alpeggi di proprietà comunale che venivano assegnati con una complicata “liturgia” (cui troviamo partecipare addirittura persone, i Chabert, i Marcellin, provenienti dal Queyras[10].

La nuova occupazione francese dopo la Rivoluzione portò distruzioni e morti. Il 26 agosto 1799 le truppe francesi incendiarono varie case nei villaggi di Charjau, la Balme e Bourcet; nello stesso giorno, in un sanguinoso scontro tra le milizie paesane e francesi avvenuto tra Villaretto e Mentoulles, rimasero uccisi sette uomini del Roure Damount, che verranno sepolti senza la presenza del parroco che è fuggito; anche la chiesa di Villaretto è stata adibita a caserma e, dopo la distruzione di questa, non verranno riprese le funzioni per molto tempo[11]. Al Charjau venne trovata morta “Susanne Vinçon, agée de soisante ans passé dans l’innocence”, che verrà sepolta senza la presenza del curato Jean Baptiste Gerard (mentoullese), anche lui fuggito bellici furoris causis dopo che anche la chiesa di Castel del Bosco è stata destinata a caserma[12].

Gli anni di espansione e di progresso di Roure, come non ebbe mai nella sua lunga storia, iniziano dalla metà dell’ottocento con lo sviluppo delle cave di talco situate in zona la Rouso. Le miniere nel periodo di maggiore sviluppo giunsero ad occupare fino a 350 operai distribuiti nelle varie mansioni e crearono un indotto di imprenditori e operai addetti ai mulini e ai trasporti del materiale. Le miniere furono fonti di ricchezza anche per le amministrazioni locali che, con le cospicue entrate degli affitti dei vari lotti, costruirono fontane, scuole, ponti, strade e varie altre opere pubbliche. Da ricordare, tra tutte, la ricostruzione della cappella di Balma sulle fondamenta della precedente, nella seconda metà dell’ottocento, e il bellissimo palazzo municipale situato alla Balma lungo la regionale 23, progettato nel 1928 dall’ingegnere Giovanni Pouet di Castel del Bosco.

Il dinamismo economico delle miniere ha portato come effetto un continuo incremento della popolazione. Nel 1901 lou Roure raggiunse il suo massimo storico di abitanti, ben 3911, contro 2335 a Perosa Argentina, 1428 a Fenestrelle e 1910 a Pragelato. Questa popolazione così aumentata di numero, quando, dopo la prima guerra mondiale, non ebbe più uno sbocco occupazionale sufficiente nelle miniere e nel loro indotto, dovette trovare inevitabilmente sbocco nell’emigrazione all’estero ed in particolare nella vicina Francia. La crisi progressiva delle miniere, cui seguì la loro chiusura definitiva nel 1962, facendo mancare questo “polmone” di risorse lavorative ed economiche, portò lentamente alla diminuzione degli abitanti in atto ormai da tanti anni.

Molto pesanti furono le conseguenze per Roure delle avventure militari delle due guerre mondiali: nella prima, dal 1915 al 1918, un grande numero di giovani chiamati alle armi furono uccisi (la lapide affissa sul municipio ne elenca 82); nel corso della seconda guerra dal 1940 al 1945 ci furono le deportazioni e la lotta contro i tedeschi e i loro alleati repubblichini.

Lou Roure, lo ricordo con orgoglio, è stato per tutto il secolo appena trascorso uno dei comuni dell’Alta Valle con maggior numero di associazioni umanitarie, sportive e culturali. Queste associazioni sono luogo importantissimo di aggregazione, riunendo la gente e tenendola attaccata alle nostre radici. Un ruolo altrettanto essenziale hanno avuto i corsi di patouà che, su iniziativa del sindaco Ettore Merlo, si sono svolti nelle scuole elementari dal 1979 per oltre dieci anni a Villaretto (tenuti da Guido Ressent) e a Roure Daval (tenuti da chi scrive).

Ci sono state anche delle infelici variazioni toponomastiche. Il nome del Comune, Roure, quercia in italiano, il 18 giugno 1937 fu dall’amministrazione fascista italianizzato in un incompresibile Roreto, che non aveva più nessun riferimento al suo significato di quercia, e dal 9 aprile 1939 cambiò ancora in Roreto Chisone. Per iniziativa di chi scrive, che preparò una sintetica storia del Roure, e l’appoggio del sindaco Ettore Merlo, che portò avanti la pratica, fu possibileattivare un referendum nel quale la maggioranza della popolazione scelse il ritorno alla denominazione Roure. Dal 13 marzo 1975 il Comune ha ripreso così l’antico e nobile nome di Roure[13]! Rimane l’anomalia del nome Roreto ancora attaccato alla frazione di Charjau.

Concludo, ritenendolo ancora valido, con le ultime frasi del mio discorso ufficiale che ho pronunciato nel lontano sabato 9 agosto 1986, su incarico del Presidente Prof. Andrea Vignetta, nell’ottava festa de La Valaddo a Castel del Bosco ove sono nato.

«L’ee proppi da l’ezemple que nouz aan dounà noutri reire que tutti noû prezent encöi eisì, radunà per l’öthiemo fèto de la Valaddo, ou döveen emprenne a èse unì e lotâ per la santo cauzo: cauzo de counservasioun de noutro lengo, (lou fètre de noutro culturo), de noutra tradisioun, de noutro manièro de vioure, de noutro etnìo! De conseguenso, e l’ee just que la sìe parelh, mi siouc fiduchoû dint lî juve! Mì creuc dint lî juve!».

Ancora oggi, alla vigilia del quarantesimo di fondazione de La Valaddo e del ventiseiesimo di fondazione della sua figlia, l’Associazione culturale La Tèto Aut, «mì creouc dint lî jouve!».

Ugo Flavio Piton


 Note

[1] Cfr. Ugo Flavio Piton, “………”, in La Valaddo, periodico di vita e cultura valligiana, Pinerolo, 1988, pp. 3 e 4.

[2] Testamento di Jean Blanc del 1526, trascritto in R. Genre (a cura di), Ricattolicizzazione del’alta Val Chisone ed emigrazione per causa di religione (1685-1748), La valaddo, Roure, 2007, p. 251

[3]  Ugo Flavio Piton, “….. “ in La Valaddo, periodico di vita e di cultura valligiana, Pinerolo 1975, p. 14.

[4] Testamento di Jean Blanc del 1526, cit.

[5] B. Beda Pazé, P. Pazé, Riforma e Cattolicesimo in Val Pragelato: 1555-1685, Alzani, Pinerolo, 1975, pp. 281-283.

[6] Cfr. G. Grietti, “Le parrocchie cattoliche dell’alta Val Chisone nell’ultimo periodo della prevostura di Oulx”, in R. Genre (a cura di), Ricattolicizzazione dell’alta Val Chisone, etc., cit., pp. 131-132.

[7] Sulla chiesa di Castel del Bosco cfr. Ugo Flavio Piton, “La fouà de ma Gent”. La chiesa parrocchiale di Castel del Bosco, 1686/88 – 1987, Collana Ma Gent, 3, Grafica Cavourese, Cavour, 1987.

[8] Arch. Prior. Mentoulle, A51. “Quittance del muratore Samuel Charrier dei Vinhal in favore del priore Simon Roude il giovane, 4-9-1699.

[9] Charles Maurice, Segusium, 1976.

[10] Cfr. le lunghe Delibere dell’Arch. Com. Roure.

[11] Arch. Parr. Villaretto, registro di nascite e morti n° 10, dal 14-1-1789 al 6-3-1803.

[12] Arch. Parr. Castel del Bosco, registro di nascite e morti n° 5, Deces, 3-1-1764 – 4-7-1802

[13] Cfr. la Delibera nell’Arch. Com. Roure.

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