Vicende religiose dell'alta Val Chisone

 

Quando un periodico (trimestrale) qual è La Valaddo veleggia verso l’affermazione e il successo, può optare di imboccare due direzioni: aumentare la tiratura e l’uscita a periodi più ravvicinati oppure ampliare la sfera di azione e di informazione con eventi e pubblicazioni. La Valaddo ha scelto la seconda direzione progettuale: gli eventi e le pubblicazioni.

L’insieme di queste due produzioni è rappresentato dall’incontro annuale degli Escartons (sempre con grande partecipazione) e i Convegni di studio con successiva pubblicazione degli Atti. Sabato 6 agosto l’Associazione Culturale La Valaddo, in collaborazione con la Società Studi Valdesi, il Centro Studi della Diocesi di Pinerolo, la Parrocchia di Usseaux e il Comune, ha promosso il secondo Convegno storico culturale dal titolo “Cattolici e Riformati in Val Pragelato nel XVII secolo” (vedi n. 129 de La Valaddo).

Con una puntualità diffi cilmente riscontrabile in altri Organismi culturali La Valaddo ha dato alle stampe un volume (pagg. 277) dal titolo “Vicende religiose dell’alta Val Chisone” a cura di Raimondo Genre, che raccoglie sei pregevoli lavori di ricerca ed elaborazione dei relatori presenti al Convegno 2004: Piercarlo Pazé, Marina Benedetti, Pawel Gajewski, Aurelio Bernardi, Daniele Tron, Walter Canavesio.

Come ben recita la presentazione, l’intento del Convegno (ed ora quello del testo) è duplice: dare l’avvio per il ricupero di Usseaux e delle borgate e nello stesso tempo “suscitare amore e interesse per un teatro” di vicende legate alla compresenza sullo stesso territorio di due confessioni religiose cristiane (la cattolica e la valdese). Intenzione che si avvale della conoscenza della storia, letta con analisi critica, con modalità di elaborazione accattivante per la trasmissione ai lettori. Bene hanno fatto i prefatori a mettere in risalto come dalle lotte e dalla incomprensione si è giunti allo stadio della tolleranza attivata attraverso il dialogo e il rispetto reciproco. La corposa e documentata presentazione della situazione dell’alta Val Chisone dopo l’anno mille è dovuta alla ricerca di Piercarlo Pazé, che ha il pregio di fare ricorso a un testo dal linguaggio immediato e divulgativo in cui vengono fotografati sia il campo istituzionale cattolico sia il movimento valdese affacciatosi nella valle tentando un suo insediamento nonostante la determinata azione degli inquisitori in Val Chisone. Molte le notizie organizzate al fi ne di presentare lati inconsueti ma sempre con l’intento di far capire la realtà che va delineandosi nel secondo secolo del secondo millennio. Sono chiamati in causa i territori di Pragelato, Usseaux, Fenestrelle e Mentoulles e più tardi più in basso verso quella parte chiamata Val Perosa. Le fonti sul movimento valdese attingono agli studi eccellenti del Prof. Grado Giovanni Merlo. E’ certo che l’azione degli inquisitori, che comincia a imporsi fin sul fi nire del 1200, è determinata e lascia poche vie di scampo. Tali azioni ci permettono, insieme a tante considerazioni, di capire o meglio di conoscere la consistenza e la distribuzione dei gruppi di valdesi in Val Chisone nel secolo XIV, dopo che essi hanno conosciuto una fi ammata di “evangelizzazione” attraverso l’Europa centrale dovuta al carisma del suo fondatore, Valdesio.

Le vicende, anche quelle drammatiche, si leggono con avidità, con interesse e sembrano (a noi uomini e donne del XXI secolo) quasi episodi di “feuilleton”, specie perché conosciamo ora che, nonostante l’ostinata applicazione di tanta autorità costituita, tutto è andato in fumo come un castello di carta incendiato. Ci fanno sobbalzare non già i patronimici, ma i nomi delle località, a volte impervie e ora disabitate: ci sembra impossibile che fra quei valloni e quei dirupi si accanisse l’inquisizione, si perpetrassero le condanne, le pene pecuniarie, i severi procedimenti giudiziari.

L’Autore si dilunga in un accurato capitolo finale – “I risultati della repressione” – in cui sembra volerci partecipare la sua esultanza per l’insuccesso di tante azioni ingiuste compiute nonostante l’avversione riscontrata anche presso gli abitanti della valle che non erano di confessione valdese.

Di un vuoto storiografico importante ci educe Marina Benedetti: la crociata del 1488 alle Valli che prende lo spunto e vigore da una lettera di Innocenzo VIII in cui è assicurata l’indulgenza plenaria dei peccati a tutti coloro che combatteranno contro l’eresia impiantatasi nelle valli del Delfi nato (alta Val Chisone, Argentière, Freissinière, Vallouise). Anche se l’Autrice intitola il suo contributo “Spunti” c’è tanta segnalazione documentaristica che ci aiuta a ripercorrere la vicenda che ci lascia ancora oggi perplessi e indignati davanti a tanta tracotanza: quella di permettere di essere condannati prima che sia ascoltata la parte inquisita. Tante “grange”, “balme”, “miande” ora in parte crollate o destinate ad altro scopo della Valle Pragelato dovrebbero, a nostro parere, riportare sui loro muri tanti e tanti episodi di intolleranza religiosa, anche se come sottofondo ci dovrebbe essere sempre il richiamo a concetti inneggianti alla pace, alla fraternità, al dialogo.

Pawel Gajewski ci riporta a tempi meno cruenti ma fondamentali nella storia del popolo valdese: l’adesione alla Riforma d’oltre Alpi (1532). Adesione favorita anche dal fatto che gli abitanti della valle nel ‘500 poterono fare affi damento ad una sorte di assise generale per la discussione al fi ne di elaborare un piano di sopravvivenza: il Sinodo, per esempio, “tenuto nel valone del Lauso” in Val Chisone. Una breve parentesi tranquilla, se così si può dire, perché per tutta la seconda metà del secolo assisteremo allo scontro ideologico e militare tra i Riformati e la riorganizzazione del potere cattolico, vieppiù ristrutturato specie dopo il trattato di Cateau-Cambrésis (1559).

A Aurelio Bernardi tocca informarci sulla vita e fi ne della Riforma in Val Pragelato. Malgrado la sagacia dei quattro “barba” e “magistri”, che percorrevano la Val Pragelato e assicuravano l’assistenza spirituale anche con riunioni di una certa importanza (a Bovile, a Rodoretto), gli eretici sentono la terra aprirsi sotto i loro piedi per cui con l’adesione del valdismo alla Riforma (tra il 1532 e il 1555) essi si legavano strettamente (vedi Chanforan, 1535) agli avvenimenti religiosi sorti in Svizzera e in Alsazia consolidandosi in Chiesa riformata del Pragelatese. Furono i Cappuccini a rimuovere le cose e a mettere, secondo il loro punto di vista, un po’ d’ordine proponendo e realizzando una “missione” stabile. Da qui l’interdizione della religione riformata e le migrazioni (fra il 1685 e il 1730) con la riacquisizione sabauda della Val Pragelato.

Tutto da leggere e da tenere a mente l’interessante capitolo in cui Daniele Tron narra con dovizia di particolari le dolorose vicende che costrinsero i Riformati della Val Pragelato ad abbandonare la valle, in ondate migratorie successive, dal 1685 al 1730. Questi fatti ci inducono a riflettere sui sentimenti che devono aver provato gli esuli valdesi nel lasciare le loro terre e sull’ospitalità che essi trovarono nei paesi protestanti che li accolsero benevolmente.

Visto che è stata data nel corso del Convegno una parte preponderante alla vicenda valdese, il capitolo dovuto alla penna di Walter Canavesio riporta un certo equilibrio con “Le Chiese Cattoliche delle valli pinerolesi nel settecento”. Partendo dall’esauriente testo di Bona e Piercarlo Pazé su Riforma e cattolicesimo in Val Pragelato, il conferenziere-autore traccia il percorso compiuto dalla metà del ‘600 in poi dalle gerarchie cattoliche per cui, grazie all’opera delle missioni gesuitiche e al degrado delle strutture valdesi (specie dopo la revoca dell’Editto di Nantes del 1685) la Chiesa cattolica romana può trovare in Val Pragelato un terreno ricco e promettente. Tutte le chiese e le chiesette (così come le case parrocchiali) possono ritrovare in questo capitolo le loro origini e i loro primi spediti passi: La Ruà, Usseaux, Fenestrelle, Villaretto, Laval, Traverses, Pourrières, Castel del Bosco, Bourcet, Meano, Chambons.

Ricostruzione o costruzione che si avvalse, dopo il passaggio dell’intera Val Chisone allo Stato Sabaudo nel 1708, di importanti fi nanziamenti a cui si aggiunsero le elargizioni personali del duca, poi re, Vittorio Amedeo II. In bassa Valle la Chiesa Parrocchiale di Villar Perosa (attribuita al Caffaro?), la ricostruita Abbazia di Santa Maria di Pinerolo, Pomaretto (1717) e le chiese della Val Germanasca (Chiabrano, Maniglia, Faetto, Riclaretto), Perosa devono l’avvio delle loro attività al Vicario di Cavoretto, Pietro Manfredo Danna, che puntava con sagacia a un indebolimento della “vis” valdese ritornando così, con il silenzio di Roma, a una condotta antivaldese, fuori dal dialogo. E’ forse sugli argomenti di questo capitolo, meno conosciuti, che vale la pena di soffermarsi per studiarli con ogni cura, anche se non si parla di consistenza spirituale, ma ci si ferma al piano materiale delle costruzioni. Ad un attento lettore non sfuggirà comunque il fatto che la presenza di un edifi cio di culto non è mai disgiunta da un’elaborazione di progettualità missionaria e quindi spirituale.

Nel chiudere questa recensione forzatamente incompleta e sommaria non possiamo non segnalare che si percepisce nella storia degli uomini e delle donne che ci hanno preceduti (appartenenti all’una o all’altra confessione religiosa) che i disegni di Dio non sono quelli umani e che solo “l’opera dell’Eterno prospererà” (Isaia, 53, 10). Ma questo non sono mai gli uomini né gli autori che lo potranno stabilire, con l’oratoria o con la scrittura, neanche coi fatti.

 Franco Calvetti

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