'L chinebbu (La canapa)

’L chinebbu (La canapa)

 

di Oreste Rey 

 

 

Ecomuseo Colombano Romean Ed., 2006

"’L chinebbu (La canapa)" è il titolo dell’ultimo cahier - il numero quattro - che il versatile scrittore dell’Alta Valle Susa, Oreste Rey, ha scritto e poi l’Ecomuseo Colombano Romean pubblicato nel dicembre del 2006, con il patrocinio del Parco Naturale Gran Bosco e del Comune di Salbertrand.

Come si intuisce dal titolo, questo libro è nato per far conoscere la coltivazione, la lavorazione e l’utilizzo di una pianta - la canapa appunto - che nei secoli scorsi ha fornito, insieme alla lana, l’abbigliamento a intere generazioni di montanari, che popolavano le nostre valli, le quali, essendo ricche di terreni fertili, freschi e calcarei, ben si prestavano a tale coltivazione. Ma dopo la seconda guerra mondiale nuovi tessuti più eleganti e più morbidi presero il posto della canapa e il maggior benessere delle popolazioni locali fece sì che la sua lavorazione venisse definitivamente abbandonata.

Ne rimasero però diverse testimonianze, perché ancora oggi nelle vecchie case contadine si ritrovano attrezzi usati per coltivarla, a dimostrazione che essa svolse veramente per secoli ”un ruolo insostituibile all’interno dell’economia autarchica della nostra gente di montagna”; come giustamente sottolinea nella prefazione il Presidente del Parco Naturale Gran Bosco: Massimo Garavelli.

La testimonianza più grande e importante però viene dal ricordo di chi l’ha personalmente coltivata e lavorata, come Oreste Rey, “il bot” della classe 1920, che, sostenuto dall’amore per la vita di un tempo, oltre che da una memoria prodigiosa, ha saputo scrivere in un centinaio di pagine tutta la storia di questa pianta, dal momento in cui il suo seme, poco più grande di un grano di pepe, cominciava a germinare e produceva uno stelo alto un metro e ottanta, fino a quando il filo, da esso ricavato, veniva avvolto in gomitoli e portato al telaio, dove un abile tessitore lo trasformava in tela, con la quale poi le donne di casa confezionavano utili, anche se ruvide, lenzuola e camicie.

Ogni momento di questa storia, illustrato sempre con significative e stupende fotografie, viene raccontato con tale chiarezza e semplicità, tale competenza e dovizia di particolari, che il lettore ne rimane per forza conquistato. La maestria, oserei dire l’arte del narrare, che trapela da ogni pagina viene poi ancor più esaltata dalla presenza della lingua madre dell’Autore: l’occitano alpino di Salbertrand, che egli ha affiancato alla lingua italiana, per ricordare senza dubbio a tutti noi che la vita, il lavoro, le fatiche dei nostri avi non vanno dimenticate, ma soprattutto non va dimenticata la loro lingua.

Perché di essa, del nostro patouà, e di tutte le nostre lingue minoritarie, noi dobbiamo continuare ad essere fieri e orgogliosi, come lo siamo delle nostre valli, su cui siamo nati e dei nostri cari, che ci hanno dato la vita e insegnato a parlare.

Maria Dovio Baret

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