Bourcet: fiaba senza tempo

Bourcet – fiaba senza tempo

di Renzo Ribetto

Edizioni Cesviet, Revello, 2011

La passione di Renzo Ribetto per la sua – e nostra – terra è già emersa nel volume “Me Chisun” del 2008.

Questa passione è strettamente legata anche all’amore per la natura che lo ha guidato nelle altre opere emerse dalla sua esperienza come guardaparco. Il nuovo volume, fresco di stampa, conduce il lettore, come dice il titolo, attraverso una fi aba, senza tempo nel senso che non è riferita ad un preciso momento storico, ma anche nel senso che non fi nisce mai. Già nel 2007 l’amore per Bourset era sfociato in un libro. Adesso, anche su stimolo di Giampiero Cotti-Cometti, professore di Geografi a all’Università di Torino, scomparso da poco più di due anni, un po’ troppo presto per gli amici, Ribetto ritorna su questo amore, appunto vivendolo come fiaba.

Eppure tutto è fotografato: i segni del passaggio morbido della specie umana sono evidenti, ma si fondono egregiamente con un paesaggio in forte pendenza, pieno di dirupi, nel quale i terrazzamenti – o meglio i bari – fanno da cintura e da supporto. Sono, a loro volta, sorretti dai muri del pane. Le leggende si confondono con le fotografi e. Solo in tempi recenti, interventi devastanti hanno intaccato l’incanto, come nella negazione del rio: “Un paesaggio assurdo, lunare, spettrale acchiappa gli occhi: ghiaia spianata, cemento e tubi sfacciati: è l’alveo, la culla del Chisone. Quello del Rio Bourcet, che pure è lì di fronte, nemmeno si vede, e non un fi lo d’acqua lo segna. L’alluvione del 28 maggio 2008 è la causa, ultima, di tanta bruttezza; la causa prima è l’aratura a cui il vallone è stato sottoposto nel tempo; l’ingordigia e la stupidità umane sono le concause”.

Il paesaggio va letto nel suo aspetto. Le insegne, così frequenti altrove, qui sono pudicamente scarse. E vanno lette sempre con occhio incantato, perché altrimenti sembrano menzognere: la porta di un fi enile porta una scritta tracciata forse con catramina: “Ballo pubblico di Bourset” (come ha scritto chi sapeva come va scritto correttamente il toponimo); un’altra porta reca pirografato “PRIИCIPE”, così, con la N al contrario, e forse indicava un’autorevolezza effettiva dell’inquilino, oppure una sua presunzione bonariamente messa alla berlina dal vicinato, riacquisita scherzosamente dal proprietario. Nemmeno la  scuola era indicata con un’insegna. Ma la sua trasformazione in museo sottolinea il gusto per la cultura fatto proprio dai promotori: Cometti, Ribetto, Sergio Charrier, il poeta di Bourset. La tristezza dei tetti crollati fa da mesto contrappunto a tutto questo paesaggio fi abesco, ma almeno “il ricordo di Bourcet non perirà; viaggerà sulle ali della fantasia, nelle pieghe segrete dei ricordi e dei sogni. Delle fiabe senza fi ne, nel tempo di Bourcet”. (pag. 155)

Claudio Tron

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