Il latte non esce dalle corna

Il latte non esce dalle corna

Lë lai ou sor pâ da lâ corna

Le lait ne sort pas des cornes

a cura di Riccardo Colturi

Lë Clouchìe ëd lâ sin Bourjâ

Piemonte in Bancarella

... Con un lungo lavoro di pazienza sono stati raccolti detti, motteggi, proverbi e aforismi tratti dalla parlata ancora in uso a Fenils ed immediati dintorni.

È stata esclusa la maggior parte dei proverbi e detti di uso corrente, allorquando esistano versioni note in lingua italiana e o in piemontese, il che fa supporre la loro importazione.

Autore della maggior parte delle interviste è Riccardo Colturi, nato e residente a Fenils, patoisant di lingua madre. Egli ha svolto la sua ricerca in ambiente di cultura popolare, a Fenils e adiacenze, e comunque sull'esclusivo territorio dell'Alta Val Dora Riparia.

Le persone intervistate appartengono ad una piccola minoranza di lingua d'Oc, il cui patois (dialetto) è riconosciuto come provenzale-alpino.

...Accanto al ricercatore principale, Riccardo Colturi, si sono occupate delle elaborazioni e dei confronti, Adriana Masoero Morandi e Carla Clerici Bajma, la quale ha pure curato le trascrizioni e i commenti; la traduzione in lingua francese è di Carmen Greco Fronte.

 

Presentazione

I proverbi sarebbero la saggezza dei popoli, dice un ennesimo proverbio. In essi si troverebbe sedimentata l'esperienza maturata nei secoli da quanti ci hanno preceduti, una sorta di enciclopedia in pillole trasmessa di bocca in bocca, per fornirci un codice di comportamento, un memento, per lo più disincantato e pessimistico, sulla natura degli uomini e le alterne vicende della vita.

Certo, il proverbio ora citato difficilmente può essere accolto senza riserve, perché si da il caso che in quel codice una medesima verità venga talvolta affermata da una parte e disinvoltamente negata dall'altra - come accade per le indicazioni relative ai presunti effetti delle lunazioni sui lavori agricoli - ma non si può negare che in esso si condensi una miniera di osservazioni di grande interesse, per le svariate possibili letture cui si presta. Se è vero infatti che una parte di questo sapere ripropone gli stessi temi di paese in paese, di regione in regione, è altresì facilmente verificabile che questo materiale viene non di rado reinterpretato, adattato ai luoghi e alle situazioni, attualizzato, culturalmente connotato, al punto da costituire in qualche modo, alla stregua delle leggende, uno specchio del modo d'essere e di porsi delle comunità nelle quali rivive. In quest'ottica, le stesse contraddizioni cui si accennava - e questo vale anche per le lunazioni - possono risultare solo apparenti, in quanto frutto di esperienze e di punti di vista divergenti ma ugualmente validi. E del resto anche le riproposte di proverbi provenienti dall'esterno, fatta eccezione per i calchi banali, per lo più recenti, sono il risultato di una selezione, che filtra unicamente ciò che cade nell'universo locale o può esservi integrato.

Ma i proverbi non contengono solo la saggezza, ammesso che ne contengano: in essi prendono corpo la satira, il sarcasmo, l'ironia nei confronti di tutto e di tutti, e anche il divertissement gratuito, che si manifesta nella battuta ad effetto, nel non senso, o nel gioco di parole arguto e fine a se stesso: espressioni creative che difficilmente la cultura popolare avrebbe avuto occasione di collocare in modo duraturo altrove e che qui ci vengono incontro in tutta la loro spontaneità, originalità e freschezza.

Il lavoro del paremiologo si fa di conseguenza arduo, perché l'analisi dei proverbi richiede necessariamente una preventiva e non superficiale conoscenza delle complesse realtà locali, che consenta di dar conto non solo del «come», deducibile questo dal confronto con la produzione di altre aree, ma anche dei molti «perché» sottesi alle specificità che caratterizzano le singole creazioni.

Non è però questo il mio compito. Ciò che qui mi preme rilevare è l'importanza che la presente raccolta riveste, non solo per la messe di testi che ci propone, ma per il suo carattere paradig-matico. Il progetto si pone in effetti come naturale punto d'arrivo di una serie di iniziative maturate all'interno di un'Associazione culturale locale, Lë clouchìe d' lâ sin Bourjâ, di Fenils (Finhoou) di Cesana: un sodalizio che da alcuni anni si prodiga per ridestare nelle scolaresche e, di riflesso, nella popolazione dell'Alta Val Dora Riparia, l'interesse per la vita, le tradizioni e la parlata di quell'estremo lembo settentrionale del mondo eccitano alpino. Non solo, ma la raccolta è opera di una persona del luogo, Riccardo Colturi, cui non sono state di stimolo sollecitazioni del mondo della cultura accademica ma la semplice presa di coscienza del valore e della dignità delle proprie tradizioni.

Di coscienza rinata si parla in verità fin troppo da qualche tempo, confondendola spesso con la curiosità distratta del turista e l'interesse passivo del fruitore di conferenze. Il discrimine sta nell'impegno attivo, costruttivo, che continua a essere prerogativa di poche persone. Riccardo Colturi è fra queste e - assieme agli altri che hanno collaborato alla realizzazione del lavoro - merita plauso e gratitudine per il servizio che ha reso alla sua comunità e, nel contempo, agli studiosi.

Nata, come ho accennato, al di fuori dei percorsi culturali ufficiali, la raccolta non ha potuto valersi dei mezzi di cui l'attuale ricerca paremiologica dispone. Penso qui in particolare a quello strumento di grande utilità ai fini del rilevamento che è fornito dal Questionario utilizzato dai raccoglitori che fanno capo al «Centro Interuniversitario di Geoparemiologia» di Firenze. La raccolta è così avvenuta in modo non sistematico, interrogando pazientemente, nell'arco di tre anni, i pochi testimoni ancora in possesso di questi documenti e della parlata[1] che in passato li esprimeva quotidianamente, a Fenils come a Desertes (lâ Dezèrtas), a Solomiac (Sourâmìa), a Autagnes (Lâz Otanha), a Mollières (Lâ Molhéra) e in alcune altre borgate, oggi in via di totale abbandono.

I risultati non di meno ci sono e - pur non consentendo un immediato confronto con i materiali che il «Centro» sopra menzionato va raccogliendo, anche in area piemontese - costituiscono un repertorio perfettamente fruibile, grazie alla suddivisione della materia per temi, che supplisce in qualche misura anche all'assenza di indici analitici.

Vale qui la pena di accennare, nel concludere, a un ulteriore lodevole compito che Lë clouchìe d' lâ sin Bourjâ si è proposto, vale a dire il rilevamento dell'intera rete microtoponomastica comunale, altro patrimonio fortemente a rischio, lì come ovunque sulle nostre montagne. In questo caso, si è però ricorsi alla metodologia predisposta dall'Atlante Toponomastico del Piemonte Montano (Università di Torino - Regione Piemonte), che nella Valle conta già numerosi altri operatori. È anzi a quest'ultimo che l'Associazione si è affidata per la registrazione degli stessi proverbi, adottandone il sistema di trascrizione, con il vantaggio di una annotazione facile e precisa e, ciò che più conta, di una successiva agevole lettura da parte di tutti, dialettofoni o meno.

Non resta che formulare l'augurio che il lavoro dei soci del Clouchìe prosegua con immutato entusiasmo, sia per il beneficio che ne deriva alla comunità in cui essi operano, sia in considerazione della funzione paradigmatica che può assumere nei confronti delle molte altre comunità per le quali ancora si aspetta che la presa di coscienza di cui si parlava cominci a dare dei frutti.

Arturo Genre, Università di Torino

 

[1] Una parlata che presenta tratti originali, non sempre condivisi con i patois dei Comuni circonvicini e per i quali la presente raccolta viene ulteriormente impreziosita, mancando in quest'area sia lessici dialettali sia inchieste degli atlanti linguistici nazionali e regionali.

Qui sa fâ, ou fai. Qui sa pâ, ou motro.

Qui sait faire, fait. Qui ne sait faire, enseigne.

Chi sa fare, fa. Chi non sa fare, insegna.

 

Lë loup oul à jamai machà l'ivèr.

Le loup n'a jamais mangé l'hiver.

Il lupo non ha mai mangiato l'inverno.

 

Lë bó oul ichaoudo tréi có: l'arbatâ, l'iclapâ, ël brulâ.

Le bois rechauffe trois fois: el le recueillant, en le coupant, en le brûlant.

La legna riscalda tre volte: a raccoglierla, a spaccarla, a bruciarla.

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