Come foto sbiadite

Come foto sbiadite

di Giorgio Bert

Collana del Centro Culturale Valdese. Claudiana, 1999, pagg. 247

Giorgio Bert ha i suoi antenati valdesi in Val Chisone e Germanasca e anche se non frequenta la sua chiesa egli dice, nella sua autopresentazione in quarta di copertina, che non può smettere di essere valdese. E come molti valdesi, che mi piace chiamare “di culla”, egli si appassiona per i ricordi, per le storie di famiglia, per i documenti che registrano un qualche evento, per le foto sbiadite. È questa un’abitudine, quasi una rivincita, coltivata dai figli e dalle figlie di quel popolo che tante volte ha rischiato di perdersi nelle pieghe della grande storia, che ha sperimentato da vicino il dramma di rischiare di sparire e di non lasciare traccia.

Non ci stupisce, perciò, che Giorgio Bert compri la casa di famiglia (l’acquisto della terra, delle pietre è un altro tratto comune valdese), vada curiosando fra i mobili smessi e fra bauli polverosi e si chini, premuroso e commosso, su alcune foto che il tempo ha scontornato e che rende i fotografati e le fotografate quali personaggi un po’ allucinati, pieni di fascino a cui prestiamo volentieri interrogativi pirandelliani.

È il caso di Tant’Sophie e di Tant’Clotilde, nomi presi a prestito dall’immaginario ma che rispondono a figure femminili realmente esistite e che alle Valli molti ricordano ancora come originali, fuori dalla normale routine valligiana. Per me le pagine, nella seconda parte del libro, di Tant’Clotilde hanno riportato alla memoria una figura di donna che mi ha sempre intrigato, che ho sempre ammirato proprio per la sua originalità, perché rappresentava un “jamais vu ni entendu” rispetto allo scialbo vivere delle paesane.

Come non ricordare (e ringrazio l’autore per averla fatta rivivere) quella donna giunonica, forte comunicatrice, armata di “cento borse”, come ridacchiavamo noi piccoli, sempre pronta sotto qualsiasi tempo a distribuire libretti di meditazioni, immaginette, numeri di giornali ecclesiastici, Nuovi Testamenti? Durante l’occupazione tedesca svolse un ruolo importante in Val San Martino e in Val Chisone: percorrendo in lungo e in largo le valli sapeva tutto sullo spostamento dei nazifascisti, sulla loro consistenza numerica, a volte sulle loro istruzioni e ne andava informando la gente che a sua volta informava i partigiani.

In cambio di queste visite, che non esito a chiamare diaconali, non disdegnava di accettare due uova, un po’ di formaggio, un panetto, qualche patata. Si sapeva che viveva poveramente, che parlava molto bene le lingue, che aveva viaggiato e che conosceva tanta gente importante. Sempre presente al culto (a cui arrivava in ritardo!) si commuoveva nel vederci recitare al XVII febbraio le sue poesie, i suoi dialoghi in francese.

Un personaggio di donna ricco e complesso, che meriterebbe ancora di essere scandagliato e fatto rivivere nelle sue varie sfumature, di insegnante per esempio[1].

L’altra donna che rivive nella penna del nipote è Tant’Sophie, magistralmente sbozzata nella sua personalità e nella sua vicenda di vita. Il lettore l’accompagna nei suoi viaggi in mezza Europa fra un hôtel di lusso e l’altro come dama di compagnia e rasserenatrice di ricche donne inglesi afflitte da crisi depressive; si è partecipi alle sue riflessioni in fatto di preoccupazione per “i minimi” della terra, per quegli sfruttati che imprenditori conservatori costringevano a una vita grama ai margini della società, per quelle donne operaie che incominciavano a imparare a prendere la parola in pubblico e ad emanciparsi nonostante la pesante cappa maschilista. Ma è sull’“attimo fuggente” di Tant’Sophie che come lettori siamo afferrati e trascinati ad essere solidali con lei, con Auguste il suo compagno a dispetto degli schemi perbenisti del tempo.

Quella notte nella fabbrica occupata, stretti l’uno all’altra, c’è il suggello di tante conversazioni serie e impegnative sulla lotta operaia, sulla giustizia, sull’uguaglianza e su Dio che per l’uno è un estraneo e per l’altra è il punto di riferimento di ogni ideale.

Un romanzo, quello del Bert, scritto sull’onda delle emozioni ma anche dell’affetto che ci insegna ancora una volta che la Storia con la –s– maiuscola è fatta anche di uomini e di donne di quella sparuta truppa di montanari che nel passato "modellavano la loro vita sulla Parola di Dio" ma la interpretavano da protagonisti liberi, coraggiosi e forti pur nella contraddizione con la certezza che "Dio si leverà e i suoi nemici saranno dispersi e quelli che lo odiano fuggiranno dinanzi a Lui" (Salmo 68).

Un mondo non segnatamente valdese ma piuttosto valligiano viene rievocato con immediatezza ed efficacia con una grande intelligenza nella ricerca di lessico, di citazioni e di “loci” tipici di una cultura che va scomparendo ma che, grazie al miracolo della scrittura, potrà varcare le soglie del 2000.

Franco Calvetti

 

[1]Su questo personaggio esiste la biografia “Una donna valdese - Paolina Bert – (1895-1978)”, scritta da Nelly Rostan e stampata nella Collana “Il Ponte” - n. 2 aprile 1982, a cura del Comitato del Museo Valdese di San Germano e Pramollo.

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